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L'attivita’, con sede a Selva del Montello, e’ svolta dalla famiglia Marcon, che continua una tradizione tramandata dal nonno del titolare Bruno. Inizialmente la ditta produceva arnie ed attrezzatura per api, ma si e’ specializzata in articoli per apicoltura: prodotti derivati dall'alveare (miele, propoli, pappa reale, polline e cera d'api), colture di api, produzione di regine e nuclei di api.
L'azienda commercia con il proprio marchio il miele, la pappa reale e la propoli.
 In un mercato (quello del miele, per l'appunto), oggi popolato anche da presenze discutibili sotto il profilo qualitativo, l'Apicoltura Marcon si distingue per i propri prodotti autentici, ottenuti seguendo con ostinazione la strada del pregio, restando ancorata ad una visione genuinamente artigianale del proprio lavoro. Tutte le diverse fasi della lavorazione sono infatti eseguite nell'azienda stessa. Le caratteristiche che contraddistinguono il prodotto finale rendono il marchio dell'Apicoltura Marcon un marchio di sicura affidabilita’.
Dati utili: Via Lavaio, 69 - 31040 Selva del Montello (TV) Telefono e Fax 0423. 870055 Email info@apicolturamarcon.it Sul web: http://www.apicolturamarcon.it
APICOLTURA

L'apicoltura, e’ l'allevamento di api allo scopo di sfruttare i prodotti dell'alveare dove per tale si intenda un'arnia popolata da una famiglia di api. Le arnie "razionali" sono quindi le strutture modulari dove l'apicoltore ricovera le api e strutturate con favi mobili. Le arnie più primitive non avevano favi mobili ed erano dette bugno o "bugno villico". Malgrado le specie allevate siano diverse, per la sua produttivita’ ha netta predominanza l'Apis mellifera. Il mestiere dell'apicoltore consiste sostanzialmente nel procurare alle api ricovero e cure, e vegliare sul loro sviluppo; in cambio egli raccoglie una quota discreta del loro prodotto, consistente in: miele, polline, cera d'api, pappa reale, propoli, veleno. Praticata in tutti i continenti, questa attivita’ varia a seconda delle varieta’ delle api, del clima e del livello di sviluppo economico dell'agricoltore, e in essa pratiche ancestrali come l'affumicamento si mischiano a metodi moderni come l'inseminazione artificiale delle regine. Tale allevamento e’ branca della zootecnica, seppure intesa in accezione ampia, e viene insegnata a livello accademico nei moduli di apicoltura come attivita’ zootecnica, per quanto riguarda le scienze e tecnologie delle produzioni animali, nei corsi di zootecnia in medicina veterinaria, e nei corsi di zoocolture nell'ambito di scienze biologiche e naturali. STORIA DELL’APICOLTURA L'uomo utilizza il miele da circa 12.000 anni. Che l'uomo praticasse la raccolta del miele in epoca preistorica e’ attestato dalla pittura rupestre della «cueva de la Araña» (la grotta del ragno) che si trova presso Valencia, in Spagna. Vi si vede un uomo appeso a delle liane che porta un paniere per contenere la raccolta, con la mano infilata in un tronco d'albero alla ricerca del favo di miele. Non si sa con precisione quando l'uomo imparo’ ad allevare le api. Tuttavia l'apicoltura era un'attivita’ normale durante l'Antico Regno dell'Egitto, 2400 anni prima di Cristo: scene di raccolta e conservazione del miele sono raffigurate in rappresentazioni riportate alla luce nel tempio del re della V dinastia Niuserra a Abusir. Il primo apiario nacque certamente raccogliendo un tronco cavo contenente uno sciame. Più tardi, man mano che si padroneggiarono le tecniche di "accasamento" delle api, comparvero i primi alveari artificiali, fatti certamente di tronchi cavi o di scorza di sughero. Raccolta del miele nella pittura rupestre di Valencia Api in un gioiello di Malia (Creta, circa 1600 a.C.) Ape in un rilievo egiziano Nella storia dell'apicoltura, particolare importanza riveste l'arnia in cesta di paglia o di vimini, che veniva impermeabilizzata con una copertura in creta o in creta e sterco. In questo caso si richiama l'attenzione sull'uso greco di porre i cesti rovesciati verso l'alto con una serie di legnetti ed una copertura di pietra o di corteccia. In tale caso i favi venivano spesso costruiti dalle api appesi ai legni mobili posti superiormente e la sfasatura delle pareti, analoga a quella naturale dei favi, non provocava la saldatura alle pareti tipica altrimenti di questi “bugni villici”: erano le antesignane delle arnie moderne a favi mobili. Si afferma poi sicuramente un tipo di arnia o “bugno villico”, costituito da quattro assi poste a formare un parallelepipedo vagamente piramidale con un imbocco leggermente più piccolo rispetto alla parte terminale. Quest'ultima veniva chiusa da uno sportellino rimovibile. L'origine di tali ricoveri per le api si perde nei secoli e il loro utilizzo, in maniera quasi immutata, e’ continuato fino a qualche decina di anni fa. L'uso e l'allevamento delle api e’ comune a molte culture: da quella egizia, che li ha effigiati nelle decorazioni tombali, a quella greca e romana, che inseriva con sapienza il miele nella propria alimentazione, codificandone l'uso gastronomico. Virgilio, nelle “Georgiche” descrive le tecniche apistiche. Il miele e’ poi citato anche nelle religioni ebraiche e musulmane dove “fiumi di latte e miele ristoreranno i guerrieri morti valorosamente per la fede”. In tutta Europa, nel diradarsi della cortina che avvolge l'alto Medio Evo, troviamo gli evidenti segni di rinascita e razionalizzazione dell'agricoltura, tramite l'opera degli ordini religiosi monastici. Il binomio apicoltura e religione poi, per vari motivi, rimane sempre una costante fino ai nostri giorni. Non bisogna infatti dimenticare, ad esempio, che la cera vergine rappresenta la materia prima delle candele che rischiarano i luoghi di culto. Alla fine del '700 risalgono alcuni trattati di Anton Janša. Nel 1800, in tutto il mondo, il settore apistico registra un fermento nuovo, una storica rivoluzione. L'arnia in paglia con favi mobili di tipo greco aveva ispirato nel corso dei secoli alcuni sviluppi verso l'arnia razionale, ma si erano tutti arenati. Nel 1851 Langstroth fa proprie alcune esperienze precedenti ed inventa il favo mobile. Apre una strada. E’ tutto un pullulare di invenzioni, molte delle quali abortiscono o non vengono raccolte, ma altre determinano in pochi anni un'autentica rivoluzione, che porta all'arnia moderna. A differenza dell'arnia di antica concezione, la nuova struttura e’ costituita da un modulo base contenente favi mobili e un sistema modulare di melari, contenenti favetti, sempre mobili, per il periodo di raccolto. Ma le invenzioni non si limitano alle arnie: nel 1857 sono i fogli cerei, e nel 1865 lo smielatore centrifugo. Nasce la moderna apicoltura. Ci vorra’ quasi un secolo pero’ per soppiantare completamente i bugni villici e l'apicoltura di tipo più tradizionale. Varieta’ di mieli L'apicoltura offre mieli assai vari per origine, sapore e aspetto. Il miele e’ detto uniflorale se proviene da un'unica varieta’ di fiori: l'apicoltore ha sistemato le proprie arnie giusto al momento della produzione del nettare del fiore desiderato, e le ha ritirate subito dopo, per raccoglierlo. Gli altri mieli sono detti millefiori, e puo’ esserne indicata la provenienza geografica. Alcuni tipi di miele:
 . miele d'acacia: di sapore dolce, e’ liquido, chiaro ed ha tempi di cristallizzazione estremamente lunghi. . miele di arancio:ha un aroma intenso che ricorda il profumo dei fiori di zagara, colore giallo paglierino chiaro, sapore di media intensita’, quando cristallizza assume un colore bianco avorio. . miele di cardo: ha un aroma che ricorda un bouquet di fiori, colore dorato, sapore intenso, cristallizza lentamente. . miele di castagno: dal gusto carico, e’ vischioso e bruno. . miele di lavanda: molto profumato, di color crema, presenta una granulazione molto fine. . miele di colza: con un leggero sapore di cavolo, e’ di color chiaro e forma rapidamente una granulazione spessa. . miele di erica multiflora: ha un aroma intenso e persistente, colore ambra con caratteristici riflessi arancio, cristallizza con pasta morbida molto fine e spalmabile. . miele di montagna: millefiori, il sapore e l'aspetto dipendono dal territorio di produzione. . miele di timo: e’ notevolmente aromatico, cristallizza dopo alcuni mesi spesso con cristalli irregolari, colore da ambra chiaro ad ambra, odore floreale e speziato abbastanza persistente. . miele di limone: ha un aroma deciso, colore ambra con tonalita’ rossicce, sapore intenso, cristallizza in pasta morbida. . miele di sulla: ha un aroma molto delicato, colore giallo paglierino chiaro, sapore poco intenso erbaceo, non altera il gusto delle bevande, quando cristallizza assume un colore bianco avorio. . miele di rosmarino: ha un colore giallo pallido quasi bianco, odore gradevole leggermente balsamico e sapore delicato, cristallizza con cristalli fini. La pappa reale
La pappa reale e’ prodotta dalle secrezioni del sistema ghiandolare cefalico delle api operaie (ghiandole ipofaringee e ghiandole mandibolari) tra il quinto e il quattordicesimo giorno di vita (le operaie vengono chiamate in questo periodo nutrici). E’ una sostanza biancastra dai riflessi madreperlacei, di consistenza gelatinosa, di sapore caldo, acido e leggermente dolce, che costituisce l'esclusivo nutrimento di: · tutte le larve della colonia, senza eccezione, dalla schiusa al terzo giorno di vita; · delle larve scelte per diventare regine, fino al quinto giorno di vita; · della regina della colonia per tutta la sua vita, dal momento in cui lascia la cella reale.
L’UVA L'uva e’ il frutto della pianta Vitis vinifera che e’ originaria di una vasta zona compresa fra Europa, Africa del nord e Asia. Fu introdotta in Francia dai fenici nel 600 a. C.; i romani la introdussero in Germania nel secondo secolo dopo Cristo. Attualmente la produzione mondiale di uva da tavola supera i settanta milioni di quintali; l'Italia detiene il primato, con oltre quindici milioni. Le due regioni in cui viene prodotta la maggioranza di uva da tavola italiana sono Puglia (65%) e Sicilia (25%). Alcune delle varieta’ piu’ diffuse sono Alfonso Lavalle’e, Cardinal (ottenuta nel 1939 a Fresno, in California; e’ una delle migliori varieta’ di uva precoce, con grappoli grandi e colore rosso violaceo), Italia (prodotta da un incrocio di uve Bicane e Moscato d'Amburgo; una delle piu’ apprezzate, con grappoli grandi e consistenti, di colore giallo dorato, con un delicato sapore di moscato) e Regina (una delle piu’ antiche e diffuse, di provenienza probabilmente siriana, introdotta in Italia dagli antichi romani). L'uva in cucina - Oltre all'importanza per la produzione del vino, anche il consumo di uva da tavola e’ importante per la nutrizione umana, soprattutto grazie alla presenza di zuccheri solubili in percentuali elevate (attorno al 18%). L'uva contiene poca vitamina C, quantita’ minime di proteine e grassi, e’ ricca di potassio e povera di sodio. Ha leggere proprieta’ diuretiche e puo’ essere utile a chi soffre di stipsi. Chi vuole evitare il consumo di buccia e semi puo’ bere il succo d'uva. Oltre che essere consumata al naturale, puo’ servire per preparare dolci, marmellate e sorbetti. In commercio si trova anche l'uva essiccata (uva passa, uvetta), che e’ notevolmente piu’ calorica di quella fresca. Un'avvertenza agli amanti delle diete: la cosiddetta cura dell'uva (ampeloterapia), che consiste nella progressiva riduzione di tutti gli altri alimenti fino ad arrivare a mangiare solo uva (anche due chili al giorno), non puo’ essere protratta oltre il limite fissato dal dietologo; inoltre, il consumo di quantita’ cosi’ elevate di questo frutto puo’ causare problemi ad alcuni soggetti. Infine ricordiamo che e’ meglio evitare di impiegare l'uva (e il suo succo) nell'alimentazione di bambini che non abbiano ancora compiuto il primo anno d'eta’. LA MATURAZIONE E LA RACCOLTA DELL’UVA

Lo sviluppo e l’accrescimento dell’acino avvengono subito dopo la fecondazione dei fiori. Trascorsi circa 40 giorni dalla fioritura, l’acino, ormai cresciuto, assume la colorazione gialla nelle varieta’ bianche, ed una colorazione roseo o violetta nelle varieta’ rosse o nere. Durante la maturazione avvengono dei complessi processi fisico-chimici per cui l’acino acquisisce le caratteristiche tipiche del vitigno. E’ in questa fase, infatti, che aumentano gli zuccheri, si formano gli aromi e l’acino prende il colore tipico della varieta’. Vi sembrera’ ovvio, ma la vendemmia e’ fatta quando l’uva e’ matura. Tuttavia per sapere quando l’uva ha raggiunto il corretto grado di maturita’ non e’ per niente semplice, vengono percio’ usati due indici: -Un indice scientifico, che usa degli strumenti per la misurazione del grado zuccherino. -Un indice pratico, basato sull’esperienza dell’agricoltore in relazione al colore degli acini, del rachide e dei pedicelli, all’odore di maturo, che si sente entrando nel vigneto, al sapore di dolce, alla rottura di qualche acino ecc. Uno dei pericoli temuti dai viticoltori durante la vendemmia, visto il periodo, e’ la pioggia. L’agricoltore cerca quindi di anticipare la vendemmia per mettere il raccolto al sicuro e per evitare che la pioggia faccia marcire il raccolto o diminuisca grado zuccherino dell’uva. La vendemmia e’ un’operazione che richiede molta manodopera concentrata in un periodo di 20-30 giorni. IL MOSTO
La parte liquida dell'acino costituisce il mosto. Il mosto si ottiene mediante la pigiatura o ammostamento, che e’ l'operazione durante la quale gli acini vengono schiacciati. Fino a poco tempo fa era molto usata la pigiatura eseguita con la pressione dei piedi ; questa lavorazione oggi viene eseguita a macchina e prende il nome di ammostatura. Dal punto di vista tecnico il pigiare l’uva con i piedi e’ preferita in quanto la pressione dell’uomo e’ in grado di fare uscire dall’acino tutto cio’ che ci interessa senza schiacciare i raspi.
Il mosto contiene numerosi acidi organici: · acido tartarico; e’ l’acido caratteristico dell’uva ed anticamente era designato col nome di acido uvico; · acido malico; e’ localizzato negli acini, nelle foglie e nei raspi verdi; · acido citrico; quest’acido e’ presente nell’uva per tutto il ciclo biologico dell'acino, ma diminuisce nel periodo della maturazione. E’ piu’ abbondante nei mosti provenienti da uve ammuffite. Il mosto contiene inoltre varie sostanze: · sostanze zuccherine chiamate anche glucidi, sono il glucosio ed il fruttosio; · sostanze azotate; si trovano in piccole quantita’ sia nei mosti sia nei vini. · sostanze coloranti; sono localizzate nella buccia; sostanze tanniche; sono sostanze contenute all’interno delle bucce e nei raspi.

LA SGRONDATURA E LA TORCHIATURA
La sgrondatura: consiste nel fare in modo di separare una prima parte del mosto fiore, dalle vinacce l’insieme cioe’ di tutte le parti solide rimaste, quindi gli eventuali raspi e le bucce e i vinaccioli. Questa separazione puo’ essere condotta anche senza l’ausilio di macchine facendo sgrondare il pigiato su delle semplici griglie orizzontali o inclinate. Oggi nelle moderne cantine si hanno degli sgrondatori meccanici che in definitiva sono delle gabbie cilindriche rotanti; in esse arriva l’uva pigiata, ne esce dai fori il mosto. La torchiatura: e’ la lavorazione che con una spremitura delle vinacce mira a sottrarre la maggior parte del mosto che esse contengono. Rappresenta il lavoro piu’ faticoso e costoso dell’intera lavorazione di vinificazione. Per torchiare le vinacce ci si avvale di torchi a vite. Il torchio a vite e’ costituito da un bacino d’acciaio che tiene infissa al centro una vite munita di madrevite.Sul bacino poggia una gabbia cilindrica formata da robusti listelli di legno tenuti assieme da cerchioni di ferro. La gabbia viene riempita da vinacce sulle quali si dispongono due robuste tavole di legno a forma di mezzaluna che insieme hanno un diametro leggermente inferiore in quello interno alla gabbia.Sulle mezzelune dispongono i calastri, robusti parallelepipedi di legno sui quali si fa appoggiare, tramite un piattello metallico, la madrevite.Azionando una leva, la madre vite si abbassa sui calastri e da questi, tramite le mezzelune, viene trasmessa la pressione alle vinacce sottostanti. Per darvi un’idea delle quantita’ di mosto ottenibile possiamo affermare che su 100 kg d’uva possiamo ottenere: · 65-70 kg di mosto fiore dalla sgrondatura · 20 kg di mosto da una prima e da una seconda torchiatura · 12 kg di vinacce pressate ed esaurite · 3 kg di raspi Per concludere possiamo affermare che da 100 kg d’uva si possono ottenere circa 65-70 litri di vino.

LA LEGGENDA DELL’UVA
Moltissimi anni fa la vite non produceva grappoli d’uva. Era una pianta ornamentale, come tante altre. Al centro di un piccolo orto cresceva una bella vite, di rami e di foglie. Questa magnifica pianta riceveva in abbondanza la luce del sole e ne traeva un grande beneficio. I rami della vite si allungavano sempre di piu’ sopra i seminati dell’orticello e li coprivano con la loro ombra. L’ ortolano si preoccupava: "Anche le piantine hanno bisogno di sole" diceva tra se’ "e’ necessario che io poti la vite". In un giorno grigio e nuvoloso, l’ortolano taglio’ con energia i rami piu’ lunghi della bella pianta ornamentale e tolse le foglie piu’ grandi dagli altri rami. La vite pianse e ne soffri’. Quando scese la sera, un usignolo si poso’ delicatamente sopra un ramo della vite e comincio’ a cantare per confortarla. Il canto era cosi’ dolce, che la pianta provo’ una sensazione di benessere. Le sue lacrime si impregnarono di dolcezza e rimasero li’, sui rami, come piccole perle. La notte lentamente si dileguo’. All’apparire del giorno, il sole avvolse la vita con i suoi rami tenui e tiepidi. Allora, come per incanto, la pianta senti’ scorrere in se’ una linfa nuova. Le sue lacrime, belle come perle, cominciarono a trasformarsi in piccoli frutti: i primi chicchi d’uva. Un venticello scherzoso passo’ rapidamente tra i rami della vite e riuni’ i chicchi d’uva in grappoli, piu’ o meno grandi. Il sole a poco a poco li maturo’.
LA LEGGENDA DEL VINO
Il vino nell’antichita’ e’ considerato d’origine divina e’ come un dono dato agli uomini dalle divinita’ che per gli Egiziani e’ Osiride per i Greci Dioniso, per i Latini Bacco, per gli Italici Saturno e per gli Ebrei Noe’.
Le leggende nate sulla vite e sul vino sono numerose e tutte narrano di una divinita’ che dona il prezioso frutto dell’uva all’uomo. La piu’ antica di queste leggende dice che Saturno, scacciato da suo figlio Giove dall’Olimpo, si rifugia nel Lazio dove insegna la viticoltura al re Giano che prende il nome di Enotrio. Un’altra leggenda racconta che Bacco in viaggio in Arabia, per riposare un momento, siede vicino a una giovane e rigogliosa vite che, dopo aver deciso di portare con se, sradica introducendola, per ripararla dal sole, in un osso di uccello; essendo poi cresciuta, la ripone in un osso di leone e ancora successivamente nel cranio di un asino.
 Giunto a Nisa, mette il tralcio nella terra e assiste alla sua crescita con produzione di grappoli d’uva meravigliosa dai quali ottiene un dolce vino che da’ a bere agli uomini. Questi diventano allora loquaci, forti come leoni, ma bevendo quel nettare cosi’ esageratamente diventano simili agli asini. Da queste leggende si desume che fin dai primi tempi gli effetti del vino sono noti e che le stesse narrazioni sono utili per allontanare gli uomini dal vizio; e che Bacco e’ il primo ad insegnare agli uomini il modo di coltivare la vite e l’uso del vino. LA VITE E IL VINO NELL'ANTICA ROMA
Una leggenda narra che la vite venne introdotta dal re Numa Pompilio che la porto’ insieme con una pianta di fico e d’ulivo nel foro romano. Anche dopo questa simbolica introduzione della vite a Roma, la produzione del vino e’ scarsa e riservata solo ai patrizi. Si racconta che il I re di Roma sacrificava agnelli e capre spargendo pero’, insieme con esse, il latte. Il vino, nei primi anni di vita di Roma non era fondamentale, come dimostrato dal ritrovamento d’anfore vinarie provenienti dalle regioni greche di: Tessaglia, Beozia, Messenia e dalle isole di Lemmo, Chio, Rodi e Creta dove il clima e’ costante e mite. Per cui la produzione di vino d’ottima qualita’ e’ distribuita nei territori romani solo dopo il VII secolo a.C., quando, infatti, nei riti dei sacrifici la carne viene cosparsa del vino anziche’ con del latte. Il vino viene ora usato non solo nei banchetti dei nobili e dei patrizi ma anche nelle cerimonie di stato e nelle piu’ modeste celebrazioni religiose. Un certo Marco Catone, parla nel suo libro “De re rustica”, di tutti i vini diffusi a quei tempi (200-100 a.C.) e descrive, con perizia, tutti i tipi di vino conosciuti fino ad allora e tutte le tecniche di produzione del vino. Anche Strabone, vissuto attorno agli anni 55-130 a.C., famoso geografo, parla di un vasto territorio occupato da vigne attorno alla zona di Tuscolo e Giovenale. Evidentemente gia’ dagli anni che precedono il tempo in cui e’ vissuto Catone, Roma riceve un approvvigionamento di vini delle zone circostanti la citta’ e in quantita’ maggiore da quelle situate a sud, ovvero dai Colli Albani o dalla Campania. Anche gli schiavi legionari hanno la loro razione di vino che pero’ e’ sempre trattato con resine o peci e con l’aggiunta dell’acqua di mare. Alla fine della lavorazione il vino prende il nome di merume puo’ essere di vari tipi ed assumere la denominazione del luogo nel quale e’ stato prodotto: Albano (dai Colli Albani) Velletrino da Velletri ecc.
 Nell’antica Roma i vini vengono distinti in dolce (dulce), morbido (soave), molle (lene), debole (fugens) pieno (firmum), e tanti altri come il vino aspro, austero e alcolico. Il vino oltre che essere consumato nelle case private viene anche servito nei locali pubblici. La forma d’esercizio e’ la couponae cioe’ l’osteria: le couponae si trovano sulle grandi strade o nelle citta’ dove vengono chiamate deversaria. La nave oneraria e’ il mezzo piu’ comunemente usato per il trasporto da grandi distanze delle anfore e delle cupae corrispondenti alle odierne botti. Il vino, giunto a destinazione, viene scaricato nei porti dove vi e’ un settore riservato unicamente al deposito delle anfore vinarie che e’ chiamato patres vinarius. I romani non bevono vino puro, ma diluito con acqua e con l’operazione della mescolanza viene effettuata durante il pranzo aggiungendo acqua calda o neve. Le prime feste dell’anno celebrative della vite e del vino sono le vinaglia e cadono il19 agosto, giorno sacro a Venere nel quale si apre la vendemmia. Il Flamine Ditale, apre la vendemmia. Terminata questa lavorazione, pigiate le uve, messo il mosto a fermentare nei doba, speciali recipienti appositi, e infine riposto il vino nelle cantine, si sacrifica ancora a Libero un agnello.
 Terminata la vendemmia, il nuovo vino puo’ essere trasportato in citta’ come infatti e’ scritto nel Cerimoniale dei tuscolani: “Il vino nuovo non si porti in citta’ se prima non sono state bandite le vinalia”. Ma non puo’ essere bevuto se prima non viene offerto agli dei. E l’offerta viene fatta a Giove il giorno del Vinalia Priora che si celebra il 23 Aprile. Con la caduta dell’Impero romano d’Occidente e con le invasioni barbariche che determinano una notevole riduzione della popolazione della citta’ di Roma, l’agricoltura conosce il massimo degrado tanto che i coloni rimasti sono costretti a lavorare solo per potersi procurare gli alimenti per sopravvivere. Anche gli scambi commerciali sono ridotti al minimo per via del brigantaggio e per il pessimo stato delle strade. Per cui le terre abbandonate sono in continuo aumento con la conseguente riduzione della produzione vinaria. In questo triste momento i tradizionali metodi di coltivazione della vite e il gusto per una produzione vinicola tipicamente romana, che per alcuni secoli si sono imposti come modello a tutto il mondo mediterraneo, perdono connotazione e si riducono ad una produzione minima per un consumo strettamente locale. Roma tuttavia sia per la diminuzione degli abitanti a causa delle guerre e delle epidemie, sia perche’ subito fuori e dentro le mura vi sono vigneti che e’ possibile ancora coltivare, viene rifornita regolarmente di una quantita’ sufficiente del prezioso liquore di Bacco.
IL PROCESSO DI DISTILLAZIONE DELLA GRAPPA
 L'alcool evapora ad una gradazione di 70% centigradi, a differenza dell'acqua che deve raggiungere la temperatura di 100 gradi centigradi. Questa caratteristica permette di ottenere una prima separazione dei due prodotti riscaldando la vinaccia e portandola alla temperatura adeguata, il risultato sara’ l'eliminazione della maggior parte dell'acqua, ottenendo alcool naturalmente misto ad altri elementi quali acidi, esteri, aldeidi, terpeni ecc. La minor temperatura alla fine del processo fa si’ che il vapore alcolico si trasformi nuovamente in liquido, riducendone pero’ la quantita’ a circa il 25% del fermentato originale, la gradazione alcolica raggiunta a questo punto sara’ di circa 22 – 24 gradi. Il risultato della prima distillazione contiene pero’ anche il non commestibile sopra una vecchia distilleria trevigiana alcool metilico, si tratta di un prodotto da migliorare. Si procede a questo punto ad una seconda distillazione il cui procedimento, effettuato in un altro alambicco e’ pero’ analogo tranne che per alcuni accorgimenti : il cosidetto taglio della testa e della coda. Controllando la temperatura di distillazione si separa la parte ottenuta nel processo alle temperature inferiori ai 78.4 gradi, e quella prodotta una volta superati i 95 gradi. La testa e’ composta da alcool metilico (nocivo), sostanza volatile e con un punto di evaporazione piu’ basso dell'alcool etilico. La coda e’ invece composta da alcoli superiori, i piu’ pesanti, oltre ad aldeidi ed esteri grevi. La parte rimanente (circa 1/3 della prima distillazione) viene detta "cuore", ed e’ l'acquavite perfettamente trasparente e cristallina con una gradazione alcolica di 70 gradi, circa l'8% del liquido di partenza.Sono due i principali sistemi di distillazione : · distillazione con metodo discontinuo a vapore · distillazione a bagnomaria.
PROVERBI VENETI SUL VINO Late e vin, torsego fin. De setembre e de agosto, bevi el vin vecio e assa stare el mosto. Vin rosso tegnuo al fresco fa cantar anca in tedesco.
Chi ga inventa el vin, se no el xe in Paradiso el xe la vissi n. A chi no ghe piase el vin, che Dio ghe toga anca l acua. Vin de fiasco: aea sera bon, aea matina guasto. Mejo berghene na possa che spanderghene na giossa. Xe senpre l ultimo giosso cue o che te imbriaga. Co el cavejo deventa bianchin, assa stare ea femena e date al vin! Tajadee e vin tondo xe el mejo magnar del mondo. Co l omo xe pien de vin el te parla anca in latin. Co uno xe inbriago, tuti vol darghe da bevar. Bianco e moro, me name a casa.
No farte capo dea conpagnia o te paghi a l ostaria. A l ostaria no vago, ma co ghe so ghe stago. Chi va da l osto perde el posto; chi va via perde ea parti a. L invito de l osto ga senpre el so costo. L amigo de l oste beve el mejo de ea bote. Co l oste sta so el porton el vin no xe bon. Mai domandarghe a l osto se el ga vin bon. Un goto fa ben, do no fa mae, cue o che te rovina xe sempre un bocae. Mejo spussare da vin che da cera.
Venti munari, venti sarti e venti osti fa sessanta ladri. Ogni vin fa alegria se el se beve in conpagnia. El vin xe bon con tre s: scuro, senta , scrocando. Ea bira fa imarsire i pai, fa deventare zai, ingropa e buee e te rovina e scarsee. El vin fa sangue, l acua fa tremare e gambe. El vin xe el late dei veci, ea droga dei poareti. El vin, i schei e ea bravura par senpre no i dura. El vin de casa no inbriaga. Anca se el te inbriaga no el se paga. El bon vin se eo beve el contadin!
El bon vin xe ciaro, amaro e avaro. El pi bruto fior che gabia crea Dio xe queo del vin co el xe fini o. Chi beve bira campa cent ani. Chi beve vin no more mai! Anca el vin bon e l omo beo, presto o tardi i va in aseo. Vin vecio e dona zo vane. Dona grassa e goto pien, toi ea vita come ea vien. Dona bea e vin bon xe i primi che te assa in abandon. Bevi vin e assa l aqua al muin. Bote che canta ea xe voda. Bote piena, ce sa voda.
El primo goto fa digerir, el secondo fa piasser, el terzo, fa pair, el quarto te fa dormir. El pesse ga da noare tre volte: prima ntel cua, dopo ntel ojo e ea tersa ntel vin. El riso nasse da l aqua e el ga da morire sol vin. Formajo, pan bianco e vin puro fa el polso duro.
Ovo de on ora, pan de on di , vin de on ano, dona de qui ndese e amigo de trenta. Pan che canta, vin che salta e formajo che pianza (co ea giossa).
ARTISTI IN PIAZZA
Le opere d’arte racchiudono valori spirituali eterni, scaturiti dalla esperienza personale dell'artista, dalla comunita’ e dalla realta’ sociale in cui vive. Tutto cio’ che sembra essere momentaneo e passeggero, di poca importanza, viene assorbito dall’opera d’arte, che assume il difficile compito di testimoniare nel tempo valori personali e tradizioni locali rendendoli eterni. E’ incredibile come un quadro, una poesia, una statua riescano a raccontare il luogo e il tempo da cui vengono in una lingua comprensibile da tutti, in qualunque luogo e in qualunque tempo.
''L'Arte, questo prolungamento della foresta delle vostre vene, che si effonde, fuori dal corpo, nell'infinito dello spazio e del tempo'' Filippo Tommaso Marinetti
Espongono:
Ballarin Renato
Favotto Luigino
Furlan Premiano
Marcon Mario
Merlo Gioacchino
Poloni Giancarlo
Rizzardo Gino
Tasca Giovanna
Tobio Giovanni
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